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Pittore lombardo ultimo quarto sec. XVIII; Apoteosi del Cardinal Durini
in Parnaso |
Uno dei
gioielli architettonici del Parco di Monza, una Villa carica di storia. A lei
vogliamo dedicare la nostra prima audio guida.
Il cardinale Angelo Maria Durini, l'ultimo della famiglia a vivere nella
seconda metà del Settecento nell'antica dimora vi condurrà sui sentieri della
storia.... buon ascolto!
| La Villa Mirabello |
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Facciata della Villa Mirabello |
La Villa Mirabello, mirabile esempio di architettura e dimora seicentesca, preesistente alla creazione del Parco, venne costruita verso la metà del XVII secolo dalla famiglia Durini, la quale aveva acquistato il feudo di Monza nel 1648.
Propulsore fu
Giuseppe Durini, figlio cadetto di Giacomo, che commissionò la costruzione della
Villa all'ingegner Gerolamo Quadrio. I lavori iniziarono nel 1656 e terminarono
nel 1675.
Si racconta che la Villa sia stata costruita sulle rovine di un antico castello
di proprietà dei de Leyva, nobile famiglia d'origine spagnola, da cui nacque
Virginia Maria de Leyva, meglio conosciuta come la Monaca di Monza. Il Quadrio
strutturò il Mirabello attorno a una corte nobile e a una rustica. Il viale
d'accesso infatti corrisponde all'asse di simmetria che attraversa la
corte nobile e l'edificio padronale. Sulla Villa spiccano
due torrette-belvedere, che testimoniano le origini militari dell’edificio.
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Mappa della Villa Mirabello |
La sua struttura a U aperta verso il paesaggio fluviale, con corte d'onore, ha una grande rilevanza dal punto di vista strutturale, perché segna il passaggio dalla tipologia del castello/palazzo chiuso fra mura, tipico del 1400-500, al nuovo concetto di palazzo-villa di campagna aperta verso uno scenografico giardino o parco.
La pianta del
nucleo centrale comprende otto sale, con atrio, disposte intorno a un
ampio salone che occupa tutta l'altezza dei due piani.
Durante il periodo in cui fu abitata dal
cardinale Angelo Maria Durini
(1725-1796), la Villa, abbellita con affreschi e ristrutturata, divenne “luogo
di delizie e cenacolo di letterati”. Furono suoi ospiti Giuseppe Parini
(che
dedicò al porporato un’ode, “La gratitudine”
(testo
[è necessario registrarsi]) e il
Metastasio.
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Immagine degli interni restaurati dall'Amministrazione comunale di Monza |
Il salone centrale, un tempo utilizzato come salone da ballo,
occupa l'altezza di due piani; al piano superiore una balconata è posta lungo
tutto il perimetro e serviva sia come luogo di passaggio per accedere alle
camere sia come tribuna d'onore per assistere al ballo; le pareti sono
interamente affrescate; il soffitto a volta ha un medaglione centrale polilobato
nel quale sono dipinti personaggi allegorici e scene mitologiche, attribuiti a
Stefano Danesi, detto il Montalto.
Nel maggio 2005, in concomitanza con i festeggiamenti per il bicentenario della
nascita del Parco di Monza, il Salone centrale è stato riaperto al pubblico,
dopo che importanti lavori di restauro conservativo hanno riportato al loro
splendore le figure dipinte a monocro-mo di grandi artisti e pensatori,
abbigliati con abiti di foggia antica e posti entro riquadrature architettoniche
con nicchie separate da colonne dipinte. Al piano inferiore è visibile la
galleria dei personaggi della classicità antica e italiana e forse anche
contemporanei famosi del
Durini, il tutto composto sulla base di
un’ornamentazione decorativa anch’essa di stile classicistico, in modo che il
tutto ostentasse un’immagine di grandiosità e di aulicità che denuncia il clima neoclassicistico. Tra i letterati spiccano quattro poeti italiani
(Ariosto, Boccaccio, Dante e Petrarca) e i più grandi artisti del Rinascimento:
Michelangelo, Raffaello, Tiziano e Leonardo, mentre al piano superiore si
possono ammirare quattro filosofi dell’antichità a confronto con i moderni
Galileo, Cartesio e due personaggi non identificati.
Monumentale è lo scalone d'ingresso, degno dei
migliori palazzi milanesi. Nell'ala laterale sinistra, c'è la Cappella di Santa Maria Nascente, il cui portale ha una cornice di granito rosa. Nell'ala laterale
destra rispetto alla corte è ubicata la scuderia a tre navate con volta a
crociera.
Nella facciata spiccano i tre archi di gusto vagamente neoclassico, sopra i
quali vi sono tre porte-finestre che si affacciano sul balcone sormontato da un
timpano. Dopo la morte del cardinale, la Villa venne inizialmente requisita
dai soldati di Napoleone, nel 1805 fu acquisita da Carlo Vimercati Sanseverino,
e infine, un anno dopo, venne venduta al Governo italico che la inglobò nel Real
Parco di Monza.
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Per informazioni più dettagliate rimandiamo al volume edito da Pro Monza nel 2006 (tel. 039.323222)
LE VILLA
MIRABELLO E MIRABELLINO |
Morto il padre, i quattro fratelli
cominciano a pensare in grande. Si rendono conto che i soldi non bastano e che è
necessario essere ammessi nel patriziato per poter svolgere un ruolo adeguato
alla loro fortuna. La manovra è condotta su due fronti: da un lato bisognava
acquistare un titolo importante che aprisse loro le porte della "nobiltà
diplomatica", il gruppo di famiglie diventate nobili per acquisto e non per
discendenza. D'altro lato, bisognava rendere illustre il casato con grandi opere
in modo da aspirare alla qualifica di famiglia nobile "generosa", termine che
designava addirittura il grado massimo nella gerarchia milanese. Gli obiettivi
prioritari sono dunque un palazzo e una contea.
Il palazzo venne ultimato in soli tre anni e nel 1648 i Durini poterono già stabilirvisi. Nello stesso anno, il 6 giugno, i quattro fratelli acquistarono dagli eredi de Leyva, Luigi Antonio e il cugino Gerolamo, il titolo di conte di Monza per 30.000 ducati d'oro napoletani, pari a 150.000 lire imperiali. Il titolo venne confermato con diploma dal re di Spagna Filippo IV il 12 luglio 1652. La contea era possesso di tutti i fratelli maschi e dei loro discendenti maschi legittimi e conferiva loro tutti i diritti, i dazi e le entrate, compresa quella del sale che normalmente invece rimaneva di proprietà dello Stato. Risolte con una serie di processi alcune contestazioni mosse ai Durini dal questore del Magistrato Straordinario di Milano, la contea resterà ai Durini fino a questo secolo, contribuendo notevolmente alle finanze e al prestigio della famiglia, che del resto ricevette nei secoli continui elogi per l'ottima amministrazione del proprio feudo, impreziosito già nei primi anni da Giuseppe con la costruzione della villa Mirabello, oggi nel centro nel parco.
Di Giuseppe, nato il 25
maggio 1687, sappiamo soltanto che sposò Costanza Barbavara ed ebbe otto figli,
uno dei quali, il cardinale Angelo Maria, è
diventato famoso per le sue attività
diplomatiche e per il suo mecenatismo ed è ancora oggi citato più semplicemente
come "il cardinal Durini" dai conoscitori del Settecento milanese. Una sorella
del cardinal Durini, Maria Margherita, sposò il marchese Giovanni Giorgio
Serponti di Varenna e visse nella Villa Serponti di Varenna (ora hotel Villa
Cipressi).
Angelo Maria Durini
è un
personaggio molto noto ed è stato oggetto di studi abbastanza esaurienti come
quello di G. B. Marchesi nell’Archivio Storico Lombardo al quale si rinvia per
più ampie notizie. Nato nel 1725 venne avviato alla carriera ecclesiastica
trovando un valido aiuto nello zio Carlo Francesco, che egli accompagnò a Parigi
durante la sua nunziatura in Francia. Perfezionò i suoi studi a Parigi
dedicandosi anche alla letteratura verso la quale si sentiva profondamente
inclinato. Come lo zio fu poi inquisitore a Malta nel corso di alcuni anni che
spese soprattutto a scrivere versi latini.
Nel 1766 fu nominato legato
pontificio a Varsavia. Qui dovette mettere da parte la poesia e concentrarsi su
una situazione politica difficilissima, che preludeva alla spartizione della
Polonia tra Prussia e Russia. Allo scoppio della guerra nel 1772 dovette tornare
a Roma da dove fu inviato come governatore ad Avignone, appena restituita alla
Santa Sede. Vi rimase fino al 1776 quando decise di ritirarsi a vita privata e
tornò a Milano per restarvi definitivamente. Nello stesso anno venne nominato
cardinale, ma poiché non andò mai a Roma per ricevere secondo l’uso il cappello
cardinalizio, si può dire che fu un cardinale a metà.
Dal 1776 al 1796, anno della sua morte, trascorse i suoi
anni migliori, circondato dall’affetto e dalla stima dei migliori esponenti
della vita culturale milanese, a cominciare dal Parini e da Pietro Verri. Il
Parini gli dedicò un’ode, chiamata poi La Gratitudine (testo
[è necessario registrarsi]), costellata di elogi non interessati e di episodi
curiosi come la visita al Parini mentre questi stava facendo il bagno nella
vasca di casa sua oppure l’inaspettata comparsa del cardinale a Brera, che si
sedette su un banco ad ascoltare una lezione del Parini sulla tragedia greca.
Il cardinale in inverno soleva
abitare in una casa non identificata di Milano che si trovava in parrocchia di
San Vincenzo in Prato. La maggior parte dell’anno stava invece in campagna. Da
principio occupò la Villa Mirabello a Monza, ma siccome aveva sempre molti
ospiti ben presto si allargò facendo costruire accanto il Mirabellino. Soggiornò
a lungo anche nella sua villa di Merate avendo la commenda dell’abbazia di San
Dionigi di quella località. Nel 1787 riuscì a coronare il suo sogno acquistando
dai Giovio la villa di Balbiano sul lago di Como e anche questa dimora, che fu
poi la sua preferita, venne ampliata con la costruzione del Balbianello (poi
villa Arconati) posto sulla penisoletta che guarda l’Isola Comacina. I due
golfi della penisola vennero subito ribattezzati “seno di Diana” e “seno di
Venere”. In questi anni si dedicò interamente alla letteratura scrivendo, tra
l’altro, un elogio dei “cocchi volanti” del Mongolfier subito dopo la celebre
impresa. Poco prima di morire donò a Brera la sua ricchissima biblioteca che
venne raccolta in una sala a lui dedicata. Sulla sua morte circolarono alcune
leggende. Siamo nella primavera del 1796, quando ormai sembra inevitabile la
conquista di Milano da parte di Napoleone, avanzante in Piemonte. Il 28 aprile,
giorno dell’armistizio di Cherasco che spianava la via ai Francesi, il cardinale
- dice la leggenda - si preparò a fuggire da Balbiano verso la Svizzera.
Purtroppo però volle imbottire esageratamente gli abiti d’oro e il peso di tanto
oro gli procurò subito un’ernia che lo uccise. Il tesoro del Durini, che sarebbe
stato subito sepolto nella villa, venne per decenni cercato dai nuovi
proprietari e dagli abitanti del luogo. Il cardinale venne sepolto nella chiesa
di Sant’Abbondio a Como, anch’essa una sua commenda, ma quando un secolo dopo si
volle esumare il corpo non si trovò che una parrucca.