Pittore lombardo ultimo quarto sec. XVIII; Apoteosi del Cardinal Durini in Parnaso
(ca. 1778). collezione privata

Uno dei gioielli architettonici del Parco di Monza, una Villa carica di storia. A lei vogliamo dedicare la nostra prima audio guida.
Il cardinale Angelo Maria Durini, l'ultimo della famiglia a vivere nella seconda metà del Settecento nell'antica dimora vi condurrà sui sentieri della storia.... buon ascolto!

 

  La Villa Mirabello

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Facciata della Villa Mirabello

La Villa Mirabello, mirabile esempio di architettura e dimora seicentesca, preesistente alla creazione del Parco, venne costruita verso la metà del XVII secolo dalla famiglia Durini, la quale aveva acquistato il feudo di Monza nel 1648.

Propulsore fu Giuseppe Durini, figlio cadetto di Giacomo, che commissionò la costruzione della Villa all'ingegner Gerolamo Quadrio. I lavori iniziarono nel 1656 e terminarono nel 1675.
Si racconta che la Villa sia stata costruita sulle rovine di un antico castello di proprietà dei de Leyva, nobile famiglia d'origine spagnola, da cui nacque Virginia Maria de Leyva, meglio conosciuta come la Monaca di Monza. Il Quadrio strutturò il Mirabello attorno a una corte nobile e a una rustica. Il viale d'accesso infatti corrisponde all'asse di simmetria che attraversa la corte nobile e l'edificio padronale. Sulla Villa spiccano due torrette-belvedere, che testimoniano le origini militari dell’edificio.

Mappa della Villa Mirabello

La sua struttura a U aperta verso il paesaggio fluviale, con corte d'onore, ha una grande rilevanza dal punto di vista strutturale, perché segna il passaggio dalla tipologia del castello/palazzo  chiuso fra mura, tipico del 1400-500, al nuovo concetto di palazzo-villa di campagna aperta verso uno scenografico giardino o parco.

La pianta del nucleo centrale comprende otto sale, con atrio, disposte intorno a un ampio salone che occupa tutta l'altezza dei due piani.
Durante il periodo in cui fu abitata dal cardinale Angelo Maria Durini (1725-1796), la Villa, abbellita con affreschi e ristrutturata, divenne “luogo di delizie e cenacolo di letterati”. Furono suoi ospiti Giuseppe Parini (che dedicò al porporato un’ode, “La gratitudine”
(testo [è necessario registrarsi]) e il Metastasio.

 

Immagine degli interni restaurati dall'Amministrazione comunale di Monza

Il salone centrale, un tempo utilizzato come salone da ballo, occupa l'altezza di due piani; al piano superiore una balconata è posta lungo tutto il perimetro e serviva sia come  luogo di passaggio per accedere alle camere sia come tribuna d'onore per  assistere al ballo; le pareti sono interamente affrescate; il soffitto a volta ha un medaglione centrale polilobato nel quale sono dipinti personaggi allegorici e scene mitologiche, attribuiti a Stefano Danesi, detto il Montalto.

Nel maggio 2005, in concomitanza con i festeggiamenti per il bicentenario della nascita del Parco di Monza, il Salone centrale è stato riaperto al pubblico, dopo che importanti lavori di restauro conservativo hanno  riportato al loro splendore le figure dipinte a monocro-mo di grandi artisti e pensatori, abbigliati con abiti di foggia antica e posti entro riquadrature architettoniche con nicchie separate da colonne dipinte. Al piano inferiore è visibile la galleria dei personaggi della classicità antica e italiana e forse anche contemporanei famosi del Durini, il tutto composto sulla base di un’ornamentazione decorativa anch’essa di stile classicistico, in modo che il tutto ostentasse un’immagine di grandiosità e di aulicità che denuncia il clima neoclassicistico. Tra i letterati spiccano quattro poeti italiani (Ariosto, Boccaccio, Dante e Petrarca) e i più grandi artisti del Rinascimento: Michelangelo, Raffaello, Tiziano e Leonardo, mentre al piano superiore si possono ammirare quattro filosofi dell’antichità a confronto con i moderni Galileo, Cartesio e due personaggi non identificati.

Monumentale è lo scalone d'ingresso, degno dei migliori palazzi milanesi. Nell'ala laterale sinistra, c'è la Cappella di Santa Maria Nascente, il cui portale ha una cornice di granito rosa. Nell'ala laterale destra rispetto alla corte è ubicata la scuderia a tre navate con volta a crociera.
Nella facciata spiccano i tre archi di gusto vagamente neoclassico, sopra i quali vi sono tre porte-finestre che si affacciano sul balcone sormontato da un timpano.  Dopo la morte del cardinale, la Villa venne inizialmente  requisita dai soldati di Napoleone, nel 1805 fu acquisita da Carlo Vimercati Sanseverino, e infine, un anno dopo, venne venduta al Governo italico che la inglobò nel Real Parco di Monza.

Per informazioni più dettagliate rimandiamo al volume edito da Pro Monza nel 2006 (tel. 039.323222)

LE VILLA MIRABELLO E MIRABELLINO
nel Parco Reale di Monza

A.A.V.V


 

I DURINI E LA CONTEA DI MONZA Giovan Battista e i suoi fratelli

Morto il padre, i quattro fratelli cominciano a pensare in grande. Si rendono conto che i soldi non bastano e che è necessario essere ammessi nel patriziato per poter svolgere un ruolo adeguato alla loro fortuna. La manovra è condotta su due fronti: da un lato bisognava acquistare un titolo importante che aprisse loro le porte della "nobiltà diplomatica", il gruppo di famiglie diventate nobili per acquisto e non per discendenza. D'altro lato, bisognava rendere illustre il casato con grandi opere in modo da aspirare alla qualifica di famiglia nobile "generosa", termine che designava addirittura il grado massimo nella gerarchia milanese. Gli obiettivi prioritari sono dunque un palazzo e una contea.

La contea di Monza

Il palazzo venne ultimato in soli tre anni e nel 1648 i Durini poterono già stabilirvisi. Nello stesso anno, il 6 giugno, i quattro fratelli acquistarono dagli eredi de Leyva, Luigi Antonio e il cugino Gerolamo, il titolo di conte di Monza per 30.000 ducati d'oro napoletani, pari a 150.000 lire imperiali. Il titolo venne confermato con diploma dal re di Spagna Filippo IV il 12 luglio 1652. La contea era possesso di tutti i fratelli maschi e dei loro discendenti maschi legittimi e conferiva loro tutti i diritti, i dazi e le entrate, compresa quella del sale che normalmente invece rimaneva di proprietà dello Stato. Risolte con una serie di processi alcune contestazioni mosse ai Durini dal questore del Magistrato Straordinario di Milano, la contea resterà ai Durini fino a questo secolo, contribuendo notevolmente alle finanze e al prestigio della famiglia, che del resto ricevette nei secoli continui elogi per l'ottima amministrazione del proprio feudo, impreziosito già nei primi anni da Giuseppe con la costruzione della villa Mirabello, oggi nel centro nel parco.

La linea secondaria di Giuseppe: il cardinal Durini

Di Giuseppe, nato il 25 maggio 1687, sappiamo soltanto che sposò Costanza Barbavara ed ebbe otto figli, uno dei quali, il cardinale Angelo Maria, è diventato famoso per le sue attività diplomatiche e per il suo mecenatismo ed è ancora oggi citato più semplicemente come "il cardinal Durini" dai conoscitori del Settecento milanese. Una sorella del cardinal Durini, Maria Margherita, sposò il marchese Giovanni Giorgio Serponti di Varenna e visse nella Villa Serponti di Varenna (ora hotel Villa Cipressi).

Angelo Maria Durini è un personaggio molto noto ed è stato oggetto di studi abbastanza esaurienti come quello di G. B. Marchesi nell’Archivio Storico Lombardo al quale si rinvia per più ampie notizie. Nato nel 1725 venne avviato alla carriera ecclesiastica trovando un valido aiuto nello zio Carlo Francesco, che egli accompagnò a Parigi durante la sua nunziatura in Francia. Perfezionò i suoi studi a Parigi dedicandosi anche alla letteratura verso la quale si sentiva profondamente inclinato. Come lo zio fu poi inquisitore a Malta nel corso di alcuni anni che spese soprattutto a scrivere versi latini.

Nel 1766 fu nominato legato pontificio a Varsavia. Qui dovette mettere da parte la poesia  e concentrarsi su una situazione politica difficilissima, che preludeva alla spartizione della Polonia tra Prussia e Russia. Allo scoppio della guerra nel 1772 dovette tornare a Roma da dove fu inviato come governatore ad Avignone, appena restituita alla Santa Sede. Vi rimase fino al 1776 quando decise di ritirarsi a vita privata e tornò a Milano per restarvi definitivamente. Nello stesso anno venne nominato cardinale, ma poiché non andò mai a Roma per ricevere secondo l’uso il cappello cardinalizio, si può dire che fu un cardinale a metà.

Dal 1776 al 1796, anno della sua morte, trascorse i suoi anni migliori, circondato dall’affetto e dalla stima dei migliori esponenti della vita culturale milanese, a cominciare dal Parini e da Pietro Verri. Il Parini gli dedicò un’ode, chiamata poi La Gratitudine (testo [è necessario registrarsi]), costellata di elogi non interessati e di episodi curiosi come la visita al Parini mentre questi stava facendo il bagno nella vasca di casa sua oppure l’inaspettata comparsa del cardinale a Brera, che si sedette su un banco ad ascoltare una lezione del Parini sulla tragedia greca.

Il cardinale in inverno soleva abitare in una casa non identificata di Milano che si trovava in parrocchia di San Vincenzo in Prato. La maggior parte dell’anno stava invece in campagna. Da principio occupò la Villa Mirabello a Monza, ma siccome aveva sempre molti ospiti ben presto si allargò facendo costruire accanto il Mirabellino. Soggiornò a lungo anche nella sua villa di Merate avendo la commenda dell’abbazia di San Dionigi di quella località. Nel 1787 riuscì a coronare il suo sogno acquistando dai Giovio la villa di Balbiano sul lago di Como e anche questa dimora, che fu poi la sua preferita, venne ampliata con la costruzione del Balbianello (poi villa Arconati) posto sulla penisoletta che guarda l’Isola Comacina.  I due golfi della penisola vennero subito ribattezzati “seno di Diana” e “seno di Venere”. In questi anni si dedicò interamente alla letteratura scrivendo, tra l’altro, un elogio dei “cocchi volanti” del Mongolfier subito dopo la celebre impresa. Poco prima di morire donò a Brera la sua ricchissima biblioteca che venne raccolta in una sala a lui dedicata. Sulla sua morte circolarono alcune leggende. Siamo nella primavera del 1796, quando ormai sembra inevitabile la conquista di Milano da parte di Napoleone, avanzante in Piemonte. Il 28 aprile, giorno dell’armistizio di Cherasco che spianava la via ai Francesi, il cardinale - dice la leggenda - si preparò a fuggire da Balbiano verso la Svizzera. Purtroppo però volle imbottire esageratamente gli abiti d’oro e il peso di tanto oro gli procurò subito un’ernia che lo uccise. Il tesoro del Durini, che sarebbe stato subito sepolto nella villa, venne per decenni cercato dai nuovi proprietari e dagli abitanti del luogo. Il cardinale venne sepolto nella chiesa di Sant’Abbondio a Como, anch’essa una sua commenda, ma quando un secolo dopo si volle esumare il corpo non si trovò che una parrucca.

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